Presidente Regionale
Dott.ssa Angela Grasso
Via Alighieri, 4
95025 Aci Sant'Antonio (Catania)
La Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Teramo organizza un convegno di studio internazionale nei giorni 3 e 4 dicembre 2014 dal titolo: "La fine del comunismo in Europa: regimi e dissidenza (1956-1989)
LA FACOLTA' DI GIURRISPRIDENZA DELL’UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI TERAMO
ORGANIZZA UNA GIORNATA DI FORMAZIONE SULLA LEGGE FORESTALE DELL’ABRUZZO.
La legge forestale dell'Abruzzo: giornata di formazione a Giurisprudenza
Mercoledì 3 dicembre 2014
ore 9.30 - Sala delle lauree Facoltà di Giurisprudenza
Parlare di Tradizioni Popolari si presenta come compito non agevole da assolvere: infatti, chi volesse accostarsi al nostro argomento immediatamente si troverebbe di fronte ad una somma veramente notevole di usi e di costumi che si sono formati e tramandati nel corso dei secoli. In particolare l’Italia, la nazione dalle cento città, presenta una miriade di tradizioni seguite in ogni momento della vita associata. Altro problema sta nel comprendere il loro significato: compito, questo, proprio dei ricercatori che, solo da alcuni secoli, propongono diverse teorie per la lettura dei fenomeni studiati; teorie pur sempre inquadrate nelle rispettive correnti di pensiero.
La ricordata difficoltà, pur esistente, non può scoraggiare fino a costringerlo al silenzio chi si proponga di condividere e di socializzare, approfondire e diffondere un tema come il nostro. Spesso si sente affermare che un popolo che non riconosca le proprie radici è un popolo che non ha un futuro. La vita individuale e collettiva si va costruendo giorno dopo giorno con la creazione, la socializzazione e la conservazione di stili del vivere. La riflessione e l’elaborazione razionale al pari dell’invenzione poetica vengono in un secondo momento ponendosi in simbiosi profonda e produttrice del nuovo, in ogni campo.
Forse, ora, è opportuna una prima puntualizzazione consistente nell’annotare i diversi significati di tradizione e di tradizionalismo; termini che nell’uso comune spesso vengono erroneamente usati come sinonimi. Tradizione deriva dal verbo latino tradere, cioè consegnare; significa quindi trasmettere alle giovani generazioni quanto di vivo e di prezioso è proveniente dal passato perché il già vissuto positivo continui a fiorire incarnandosi nella quotidianità di un determinato popolo; vissuto che, proprio perché è carne viva, viene tramandato non per via scritta (che in tal caso potrebbe trasformarsi nei momenti di cultura elitaria) ma per via orale, per proverbi o sentenze, per atteggiamenti di singoli e/o di gruppi e per la forza dell'esempio e dell'esempio personale. La Chiesa cattolica romana fa della Tradizione il momento essenziale e non eludibile della sua presenza nel mondo: consegna al popolo di ogni tempo e luogo il Cristo vivente nell’Eucarestia e nell’educazione. Il tradizionalismo invece riguarda il rispetto e l’osservanza acritica e un po' meccanica di quegli atteggiamenti non particolarmente significativi, specialmente se considerati in relazione al nucleo centrale del messaggio e/o dell’evento accolto dalla comunità, e comunque derivanti da aspetti particolari e specifici connessi al momento centrale continuamente vissuto nella sua attualità.
Il termine più universalmente accolto per indicare il nostro campo d’indagine è folklore, suggerito dall’archeologo William John Thomas nel 1846 quando lo propose all’attenzione degli studiosi dalle pagine della rivista Athenaeum facendolo derivare dall’antica lingua sassone: folk=popolo e lore=sapere. In tal modo tutto il complesso sapere del popolo si compendiò in un unico e solo nome. In Italia il mondo accademico ha utilizzato tradizioni popolari per specificare contenuto e materia del folklore, parole che poi sono accolte nell’uso corrente della lingua italiana, senza con ciò dimenticare le altre utilizzate nel passato quali demopsicologia, etnografia, demologia. Oggi quindi con tradizioni popolari si indicano sia l’oggetto degli studi sia la scienza che si occupa dell’argomento.
In effetti, le t.p. s’impongono all’attenzione degli europei lentamente con l’indiscutibile constatazione di un’umanità nuova e non conosciuta. Come si sa, si era convinti che gli esploratori avessero raggiunto le Indie utilizzando una via diversa e forse più agevole. La Terra non poteva essere che quella conosciuta e quella di cui si parlava alquanto fantasticamente. Hic sunt leones: lì era il limite della civiltà. La cultura vera e autentica non poteva non risiedere che nella dotta Europa.Quindi l’evidente cambiamento della credenza generalizzata a cominciare dalla forma stessa della Terra fu un primo motivo di sorpresa e di meraviglia; credenza, quella antica, molto radicata nell’animo popolare tanto da essere superata solo dalle immagini provenienti dalle missioni astronautiche contemporanee e diffuse dai numerosi e frequenti programmi televisivi. Grande sorpresa e ancor più grande meraviglia, non senza qualche diffuso timore, si insinuarono nelle menti e nei cuori di quegli audaci esploratori alla vista di tante novità. “Dovette essere realizzato uno sforzo culturale notevolissimo e l’adattamento avrebbe necessitato di un tempo lungo e faticoso, a causa della resistenza del vecchio sistema a riconoscere le novità” (Isabel Trujillo Pérez – Francisco de Vitoria, Il diritto alla comunicazione e i confini della socialità umana – G. Giappichelli Editore – Torino, 1997 – pag. 137)”. Non si sapeva, in particolare, sotto quale veste considerare gli indios incontrati: gli Aztechi e gli Incas dimostravano ampiamente e chiaramente la loro capacità e nell’utilizzo della ragione e conseguentemente nella creazione di una vita culturale, sociale e politica organizzata e strutturata. Ancor più grande la scoperta: quegli esseri viventi, con i quali si andavano istituendo rapporti (il più delle volte violenti e in alcuni casi amichevoli), erano uomini autentici che avevano quindi la capacità di comunicare utilizzando le strutture simboliche, in primis la parola. Inoltre la bolla Inter caetera del 4 maggio 1493, con la quale Alessandro VI affidava ai re di Spagna il compito non facile di evangelizzare gli indigeni, andava a rafforzare l’incipiente e non ancora ferma convinzione che i nativi avessero pienamente le capacità di intendere e di volere; capacità che ineriscono strutturalmente agli uomini e li rendono distinti dagli altri esseri viventi.
Si cominciò a parlare dei popoli del nuovo mondo. Fu proprio la scoperta dell’America a stimolare l’interesse del mondo culturale europeo verso quei popoli considerati primitivi; studi sostenuti e collocati all’interno delle maggiori scuole di pensiero che da allora ad oggi si sono succedute nel vecchio continente. Pertanto, sinteticamente le diverse concezioni si possono raggruppare in tre principali periodi storici: il primo inizia dal rinvenimento del nuovo mondo fino al razionalismo di Voltaire e vede, vicino alla nascita del mito del buon selvaggio, il moltiplicarsi e l’approfondirsi degli studi sui popoli primitivi; il secondo si estende fino al romanticismo e, con Vico e Rousseau, le tradizioni popolari fanno il loro ingresso nel campo della storia; il terzo giunge ai giorni nostri e vede gli studi arricchirsi delle conquiste del positivismo e del metodo storico per approdare, tra le dispute antropologiche storico-culturali e sociologiche, alle teorie crociane e post crociane contemporanee.
Volendo guardare un po’ più da vicino ciascuno dei sopra ricordati periodi, si può affermare che Pietro Martire, Jean de Léry e Bartolomé de Las Casas innalzarono l’uomo primitivo ad ideale di umanità e avanzarono la proposta di un nuovo umanesimo fondato sul mito del buon selvaggio. Anche Montaigne aderisce alla nuova corrente e, nei suoi Essais, applica il metodo comparativo con la conseguente e successiva nascita dell’etnografia moderna.
La cultura successiva considerò i miti e le favole non solo opere fantastiche prevalentemente rivolte all’infanzia, ma anche argomenti da sottoporre alla riflessione etnografica; si andava affermando il principio della narrazione popolare, cioè il folklore. Voltaire e Montesquieu si soffermarono a considerare le leggi e i costumi che regolavano la vita personale e soggettiva dei popoli. Credenze e tradizioni, condannate dall’illuminismo, furono rivalutate e inserite nel flusso della storia dal Vico, il quale, utilizzando col Rousseau il metodo comparativo, collegò i primitivi con le nazioni civilizzate ed esaltò l’elemento umano e nazionale. Muratori estese l’indagine all’antichità classica e continua ancora oggi ad offrirci preziose testimonianze sui riti, sulle superstizioni, sulle usanze dei luoghi e del popolo italiano. Importante fu anche l’affermarsi di una nuova poesia, la poesia popolare, fatta derivare dalle antiche ballate. Il preromanticismo tedesco considerò la poesia popolare creazione soggettiva di determinate personalità poetiche, mentre i fratelli Grimm la considerarono impersonale e collettiva.
Se alcune correnti romantiche fecero provenire dall’India i canti e le fiabe, complessivamente il romanticismo, valorizzando l’idea di nazione prima e il nazionalismo poi, costituì un potente propulsore che stimolò in tutta Europa ricerche erudite sui canti e sulle tradizioni popolari. In Italia in quel periodo storico si ebbero molti e importanti studi che misero in evidenza accanto ai valori estetici, psicologici e nazionali i rapporti tra poesia popolare e poesia dotta ed affermarono l’importanza delle manifestazioni della vita popolare che continuamente rivivono e manifestano la loro attualità. Fu così che il folklore superò i suoi ambiti iniziali per coinvolgere la linguistica, la filologia, la storia, l’etnologia, l’antropologia, la sociologia.
Gli studi più recenti si sono polarizzati sulla domanda se le tradizioni popolari siano di origine collettiva o individuale: confronto questo che risale alla scuola storica o sociologica di appartenenza di chi scrive.
Sempre lentamente, la centralità della riflessione sull’origine delle tradizioni popolari perde d’interesse e si distacca sempre più dall’influenza delle idee romantiche. Prende consistenza l’ipotesi che vede la tradizione opera inventiva del singolo, la quale però nell’accettazione o nel rifiuto di quella può trasformarsi in vita vissuta sempre attuale o in una definitiva decadenza. Il Croce, in Poesia popolare e poesia d’arte, offre un’importante chiave di lettura del fenomeno “tradizioni” soffermandosi sul carattere psicologico delle due forme attraverso le quali l’arte si esprime.
Oggi diverse, e non condensabili in queste poche righe, sono le linee di ricerca che riguardano il nostro oggetto. I ricercatori tedeschi e italiani, per lo più, si soffermano sul carattere spirituale della tradizione e vedono nelle tradizioni popolari non tanto la trasmissione di una consuetudine inconsapevolmente praticata quanto piuttosto una cultura composta di elementi spirituali e materiali.
L’E.N.A.T. – C.A.P.IT. vuole collocarsi nel solco della vita vissuta sopra delineato proponendosi nel suo duplice modo di essere e di comunicarsi: 1) il recepimento e la diffusione dei risultati di un’attività scientifica di ricerca che, inserendosi nel vitale alveo giudaico-greco-romano- cristiano-europeo, variamente si sofferma sulle tradizioni in genere e sugli approfondimenti etnologici e antropologici; studi che possono essere comunicati sia con la pubblicazione a stampa di saggi specifici sia con la realizzazione di tavole rotonde e/o conferenze; 2) la “visualizzazione” degli aspetti della vita del popolo riproposti attraverso le sacre rappresentazioni, i costumi, le musiche, i canti, i balli, ecc. che caratterizzavano i diversi momenti dell’anno e significativi nelle vita di ciascuno e della comunità.
Luciano Stella
